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lunedì 10 settembre 2012

Alla ricerca dell'Arca Perduta - ovvero del Momento Giusto


Nell’ultimo anno e mezzo, cioè da quando sono mamma, ho trovato l’anticoncezionale più potente del mondo: una mia compagna di liceo, F.
F ha partorito a gennaio 2011; io ho avuto Elena a giugno 2011 e, al mio ritorno dall’ospedale, ho saputo che era di nuovo incinta. La sua seconda figlia è nata a inizio dicembre 2011: ha 10 mesi di differenza con la sorella maggiore.
Per me, traumatizzata dal parto e frastornata dai ritmi di una neonata, l’idea di ripetere tutto in meno di un anno era spaventosa. Nemmeno a vent’anni ho fatto tanta attenzione alla contraccezione, immaginandomi lei alle prese con una bambina poco più grande della mia e una poco più piccola… e io candidata allo stesso ruolo se non fossi stata attenta.
Pochi giorni fa, ritrovo notizie di F su Facebook: indovina, è di nuovo incinta! Il terzo figlio nascerà a gennaio 2013. Tre parti in due anni. Tre figli in due anni, tra la prima e l’ultima 24 mesi di differenza. In pratica è incinta da tre anni.
Probabilmente mio marito avrà pensato che se il pensiero di F mi faceva da anticoncezionale quando lei era alla seconda gravidanza, adesso con la notizia della terza avrei proprio chiuso i giochi.
E invece.
Invece questa notizia mi ha insinuato una sottile nostalgia del pancione, una voglia leggera ma stabile di avere un neonato in braccio. Sarà che mia figlia mi cresce letteralmente davanti agli occhi: da un momento all’altro ha triplicato il suo vocabolario, corre scalza in giardino chiamando “Miao!”, se le chiedi di prendere il libro di Renata la pecora te lo porta e aspetta che tu glielo legga, protesta vibratamente se non ha nel piatto le tue stesse cose. Un anno fa a quest’ora sapeva giusto sollevare la testa e ora eccola qui, una piccola donna in crescita.
Ho cominciato a chiedermi se noi, tutti e tre, fossimo pronti a un nuovo arrivo. La risposta razionale è no. Elena è in realtà ancora piccola e bisognosa di cure costanti, che le do principalmente io, e ora è anche più impegnativa di quando era appena nata, visto che allora ove la mettevi la trovavi, e invece l’altro giorno per poco non arrivava a prendere la caffettiera sul gas mentre io le avevo dato per un attimo le spalle. A volte la sera sono più stanca di un anno fa, dopo una giornata passata  correrle dietro, letteralmente.
Il papà sta costruendo ora un rapporto autonomo con Elena, basato sulle pernacchie sulla pancia, sulle esplorazioni alla ricerca del gatto: fino a pochissimo tempo fa era troppo piccola per potervi davvero interagire oltre la cura e il cibo.
Però poi penso che per lei sarebbe bello avere qualcuno con cui crescere, senza troppa differenza d’età. Che forse dovrei cogliere l’attimo prima di cambiare di nuovo idea. Che la gravidanza di Elena è stato il periodo più bello della mia vita e che voglio rivivere quei nove mesi di felicità.
E’ che quando aspetti un figlio per la prima volta non sai davvero che cosa sta per succederti: hai un desiderio di maternità che giorno dopo giorno si evolve nella pancia,  ma dalla teoria alla pratica c’è un mare. Un mare di pannolini sporchi, stanchezza, notti in bianco, piccoli e grandi sacrifici, piccole e grandi gioie. Al secondo giro sei ferratissima sull’aspetto pratico (sì, lo so che ogni figlio è sé: mia madre dice sempre che quella che le ha dato più problemi da piccola è stata la terza figlia, quando ormai credeva di sapere tutto su come crescere bambini), ma anche molto, forse troppo più consapevole.
E allora che fare? Come riconoscere il-momento-giusto? Ma poi, esiste davvero, o un attimo qualsiasi diventa quello perfetto quando lo decidiamo (o vi ci troviamo dentro a sorpresa, vedi mia madre con a terza figlia di cui sopra)?

martedì 28 agosto 2012

La vertigine di una giornata tutta per sé.

Faccio sempre così.
Quando stiamo a casa la ragazza e io fantastico su quanto sonno, lavoro, manicure, Glee, torte, lavastoviglie, scrittura potrei fare se fossi da sola per un paio di giorni.
Quando lascio la ragazza da mia madre per un paio di giorni perché ho scadenze di lavoro passo la giornata a sentire la mancanza di mia figlia. E non lavoro, of course, sono troppo impegnata a struggermi di nostalgia.
Uff.

venerdì 24 agosto 2012

Pink stinks? [secondo me no, non sempre]

Amica 1: Vorrei fare un regalo a tua figlia, ce l'ha già un passeggino per le bambole?
Io: [eh? le bambole hanno il passeggino?] ehm, no. Comunque i giocattoli che preferisce sono quelli con le ruote, macchine, treni, cose così...
Amica 1: ma davveeero? ma è una femmina!

Amica 2: che stress, non riesco a pulire in casa perché mia figlia (18 mesi) mi toglie le cose di mano, vorrebbe farle lei.
Io: magari puoi darle qualcosa in miniatura così lei è contenta di imitarti e tu puoi fare le tue cose: che so, uno scopino piccino, uno straccetto...
Amica 2: Mai! non voglio che mia figlia cresca pensando di essere una schiava.

Insomma, noi mamme di figlie femmine, a nostra volta figlie delle figlie del femminismo, donne del post femminismo, come dobbiamo crescere le nostre bambine?
Da un lato ci sono tutti gli elementi classici, a cominciare dal fiocco rosa alla nascita, proseguendo con vestitini frou frou, bambole, mollettine, l'immarcescibile Hello Kitty, le dannate (excuse my French) principesse Disney, l'onnipresente colore rosa (o lilla). E poi le cose tipo "Sembra proprio una donnina!", oppure "dai un bacio alla bambola!". Amica 1, madre di due maschi, fa parte di questa tendenza.

Dall'altro lato c'è chi ritiene che le bambine vengano cresciute in modo sbagliato, con stereotipi che le influenzano negativamente, facendole diventare donne poco consapevoli  e pure un po' stupide. Questa idea è alla base di Pink stinks, ("Il rosa fa schifo")  una campagna americana per sciogliere le bimbe dalle rosate catene di genere. é anche l'idea di Amica 2.

E io, dove mi colloco? esattamente a metà tra le due cose, credo. E' un bel casino: per formazione e sensibilità faccio molta attenzione agli stereotipi di genere.
Mia figlia non ha (ancora) bambole, gongolo per la sua preferenza verso i giochi con le ruote (da maschi?).
 Però il giorno che  manifestasse desiderio di imitarmi facendo le pulizie, glielo farei fare.  Ma è un giorno lontano, non è che mi veda molto spesso ;-)
Ho scelto passeggino &co in colori neutri pensando a un riutilizzo mio o delle mie sorelle, però la stanza di mia figlia è tinteggiata in lilla e decorata con le fatine, perché erano più belle degli animaletti disponibili come alternativa.
Ho comprato pochissime cose rosa, però la vesto spesso di questo colore perché mi hanno regalato tanti abiti e che fai, li butti via? e poi, faccio coming out, a me il rosa piace. Ecco, l'ho detto. Mi piace proprio come colore, così come mi piacciono il lilla e il viola. Non mi piace però che sia l'unico colore possibile per una bambina secondo molti. Ora che la ragazza cammina e si arrampica mi capita di scegliere i vestiti nel reparto per maschietti, perché in quello per le bimbe ci sono soprattutto gonnelline a balze, abitini e altre robe con cui è difficile muoversi, invece di pantaloncini comodi e resistenti.

Vorrei evitare, fin quando potrò scegliere io per lei, le stucchevoli principesse Disney e compagnia bella. La mia segreta speranza è che non piacciano nemmeno a lei ma vedremo.
D'altro canto, l'umanità si divide prima di tutto in maschi e femmine, e la percezione del proprio genere è fondamentale per la costruzione della propria identità. Io sono stata cresciuta in modo poco "femminilizzato" nel senso che facevo un po' come mi pareva, senza particolari pressioni: non amavo le bambole e preferivo le costruzioni, non mi interessavano codini e treccine e non ero aggiornata sugli ultimi gadget di Poochie (ve la ricordate Poochie?). Però la volta che i miei, per risparmiare, comprarono una dozzina di quaderni per terza elementare in offerta con Maradona in copertina, ho passato tutto l'anno scolastico a vergognarmene e a cercare di tenerli nascosti, uno stress. E l'orrido diario di Pacman (che poi, io sono stata un'analfabeta tecnologia fino alla maggiore età, manco sapevo che fosse quella pallina) quando io spasimavo per quello di Barbie, ne vogliamo parlare?

Ecco, traumi infantili a parte, ora che guardo mia figlia che cresce a modo suo sono felice, ma so che con il contatto con i coetanei e con la televisione le cretine principesse Disney prima o poi infesteranno anche casa mia. Ma che fare a quel punto? crescere una piccola femminista decidendo per lei, o una piccola consumista lasciandola in balìa di pubblicità e stereotipi sociali? farne una Little Miss America (brr) o una piccola disadattata sociale in una classe di bimbe (esempio a caso) con il gloss a cinque anni?

A me basta crescere una figlia libera.




Mamme (di bimbe ma anche di maschietti) che esperienze avete? suggerimenti, consigli, storie da raccontare?

domenica 6 maggio 2012

Sono una mamma teenager e non lo sapevo


La scorsa settimana tre persone che non conoscevo e con cui scambiavo due chiacchiere a tempo perso – il barista, una collega in seduta di laurea e una commessa –, quando mi hanno sentito dire che ho una figlia, hanno sgranato gli occhi e commentato “Ma sei già mamma?”.
Ora. Io ho trentadue anni. Mi lusinga l’idea di dimostrarne di meno, ma, come dire, si vede che sono ampiamente maggiorenne. Anzi, sono in quella lunga, sottile linea d’ombra in cui nel giro di 5 minuti qualcuno mi chiama signora e qualcun altro mi definisce “quella ragazza”.
Quindi, il loro stupore mi ha stupito. Perché ha fatto tanto effetto? Avranno pensato che sono una ragazza madre? Poi ci ho pensato un po', e ho capito.

Il barista lavora vicino all’Università, vede tanti professori e sa come funziona il mondo accademico, quali sono i tempi e le difficoltà di avere un posto non precario lì dentro.
Infatti la mia collega, subito dopo aver saputo che ho una figlia mi ha chiesto “ Ma sei ricercatrice?” (Versione accademica di “hai il posto fisso?”).
 La risposta è no. Sono precaria, ho la data di scadenza come i formaggini. Esattamente come questa collega, qualche anno più grande di me,che ha un fidanzato a 1000 km con cui rimanda la convivenza perché “aspetta di sistemarsi”. Lungi da me giudicare eh. Dico solo che nel mio ambiente la normalità è questa, aspettare “il posto” e nel frattempo stare in standby. Io forse sono stata un po’ incosciente ad avere una figlia con la sola tutela del congedo obbligatorio retribuito dall’INPS (se vi dico la somma vi mettete a ridere) , lo stipendio di Marito e la paghetta una tantum dell’Università . E sono molto felice di non aver aspettato. 
Perché la vita è una sola, perché la gioia di avere una bambina vispa e bella e affettuosa (e che dorme seduta, ma questa è un’altra storia) per me non è paragonabile a nessun fetentissimo posto accademico.

Perché secondo me mi porta pure bene, la mia bambina, visto che dopo averla avuta ho inaspettatamente migliorato la mia condizione lavorativa  - sempre precaria, ma pagata il doppio per fare le stesse cose - .

 Perché anche se capita di avere in una giornata più ore di lezione che di sonno poi mi sento chiamare mamma e mi sciolgo come una pera cotta perché nessun “caaarissssima” o “professoreeeeessa” regge il confronto. Perché da quando c’è lei vado in quel simpatico nido di vipere che è il mio dipartimento con leggerezza, perché mi sento una marcia in più.

Quindi, caro barista, caaarissssima collega, mi dispiace che vi stupiate di una – giovanile, intendiamoci   –  trentaduenne con prole, perché vuol dire che nel nostro sistema c’è qualcosa che non va. Vi auguro di stupirivi per cose per cui vale davvero la pena: il successo di Fabio Volo, il ritorno del frisé, le polpette di renna.
Quanto a te invece, commessa che ti stupisci che io abbia una figlia: certo che con questo tatto ne farai di carriera alla Prenatal dove ti ho incontrato.


lunedì 19 marzo 2012

Autoironizzatevi questo - aka la sagra dell'intolleranza, se è quello che volete

E' una settimana che penso a questo post di Seavessi.
In breve: Seavessi, mamma di due bimbe, di cui una di pochi mesi, ha ricevuto da un collega una lista di 10 passi falsi da evitare in società che una mamma dovrebbe rispettare. Il collega  gliel'ha mandata perché "so che non ti manca l'autoironia" .
Non vi dico quanto fa ridere la lista. Anzi sì, ve lo dico: fa ridere talmente tanto che mi è venuta voglia di fare una controlista.

Mi sta bene che chi non ha figli non sia interessato all'argomento, ci mancherebbe: io stessa, non più tardi di un paio di anni fa, pensavo che l'ovetto fosse solo il prodotto di una gallinella, o che i bambini di notte dormissero. So bene che i bambini maleducati, tirati su senza alcun pensiero per le norme elementari della convivenza civile, esistono e danno fastidio.
Però da qui a pretendere di far finta che i figli degli altri non esistano ce ne vuole. Anche perché, per citare SeAvessi, Latest news, siamo stati tutti bambini. 
Se invece vogliamo metter su la sagra dell'intolleranza, fatemi passare, ché io ne sono la madrina. Tutti possiamo avercela con tutti, in questo mondo. Io sbranerei chi sente la musica con le cuffie a volume folle; chi urla al cellulare; chi sgomma  e accelera davanti alle strisce pedonali; chi è troppo lento nei camerini di prova; chi alla cassa del supermercato riempie con calma le buste in ordine cromatico mentre la mia spesa giace sul banco. Sbranerei un sacco di persone, in generale. Ma non categorie intere. Quindi capisco chi ce l'ha con una mamma, quella che lascia che i figli distruggano un negozio perché "vogliono solo giocare" o che non riprende il decenne che sputa "per gioco" a un passante (true story). Ma non si può avercela con le mamme, perché è miope, facile, banale, scontato e ingeneroso. Perché tutti, anche quelli che "ai miei tempi io non rispondevo male" siamo stati bambini, e TUTTI da bambini abbiamo avuto i nostri momenti pestiferi.

Seavessi ha replicato alla lista (in corsivo qui sotto) con il Caccapride, al quale prossimamente parteciperò con orgoglio. Oggi invece propongo una controlista:


10 passi falsi in società da evitare più dei pidocchi 
Ovvero: tutto quello che pensavate di poter dire, fare (o baciare) in quanto madri, il più delle volte, spiace: non si fa! 

10 passi falsi in società da evitare più della gonorrea.
Ovvero: tutto quello che pensavate di poter dire, fare (o baciare) in quanto children free, il più delle volte, spiace: non si fa!

1) Non si parla di cacca in pubblico. Mai. Neanche se «è bellissima». Perché la cacca non è mai bellissima, innanzitutto. E poi puzza. Sempre. A voi sembra di no, ma sono gli ormoni. Cioè: sostanze prodotte in natura col dichiarato scopo di consentire a una donna normale di occuparsi di una bestiolina isterica abbastanza a lungo da garantire la sopravvivenza di entrambe. 

1) Non si parla del vostro transito intestinale in pubblico. Mai. Neanche se è al centro dei vostri pensieri. Neanche se pubblicizzate un noto yogurt. Neanche se il bifidus è il vostro compare di cresima. Perché della vostra naturale regolarità non gliene frega niente a nessuno. A voi sembra estremamente interessante, ma quando chi vi sta di fronte mentre rivelate "Sai, mi basta una colite e rientro in quella gonna" annuisce con cortesia, non lo fa perché  sia interessante quello che dite, ma perché è un genitore che ha passato una notte in bianco, e muovere la testa gli/le serve a non addormentarsi.

2) Non si parla al plurale. Voi non avete «fatto proprio un bel ruttino», voglio sperare. Voi non avete «mangiato tutta la pappona, gnam». Ma soprattutto: voi non avete (e non avrete mai, mi auguro) «il culetto tutto rosso», «le colichette», «i dentini che inossano». (Figuriamoci «fatto tanta cacca» - bellissima o no). 

2) Non si parla al plurale. Voi non avete "giocato un'ottima partita contro l'Inter". Voi non avete "vinto le elezioni". Al massimo avete "guardato la partita/il risultato delle elezioni stravaccati sul divano". Dove il plurale è dato dal duplice soggetto di voi e la vostra panza da birra.

3) Non si abusa - almeno professionalmente - del «sailabambina» (ovvero della giustificazione definitiva: Hai consegnato la relazione? «No, sailabambina: è stata male»; Ne parliamo domani in riunione? «No, sailabambina: ha la recita di Natale»). Se la bambina è veramente cagionevole, o molto mondana, inventatevi un cane. E un veterinario sempre in ritardo. 

3)  Non si abusa professionalmente del "sai il cane". Lo sanno tutti che è una balla, perché non avete voglia di lavorare e scaricate le rogne a quella appena rientrata dalla maternità perché "sai il veterinario è sempre in ritardo". E, sappiatelo, 5 mesi di maternità non sono 5 mesi alle Maldive. Ebbene, no. Sapevatelo.

4) Non ci si offende mortalmente se l'invito a quel matrimonio non è stato esteso ai bambini. Ai matrimoni comanda la sposa, e una sarà pure in diritto di organizzare un ricevimento formale di sera - o una sessione di bungee jumping nuziale - senza doversi preoccupare dell'animazione under 3. Certo: il vostro matrimonio era di giorno, col menu bimbo e due pagliacci prezzolati. Ma voi avevate un figlio, appunto. 

4) Non ci si offende mortalmente se al matrimonio ci sono bambini che - ommioddio - non sono ologrammi ma creature vere che nelle 12 ore di maratona del pranzo di nozze si fanno vedere o -orrore- sentire. Ai matrimoni comanda la sposa, e se vuole tutti i suoi nipoti o gli amichetti dei suoi figli sarà pure in diritto di organizzare la succursale di un asilo nido. La prossima volta che volete festeggiare senza marmocchi intorno, andate al funerale di quella che ha organizzato il  bungee jumping nuziale.

5) A proposito di ricorrenze: Non si usano le foto di un neonato vestito da Babbo Natale (scattate a luglio, peraltro, per venire incontro alle tempistiche di stampa) per augurare urbi et orbi «Buone Feste». È consentita una tiratura limitata per nonni e zie, previa promessa di far sparire ogni prova entro il tredicesimo compleanno dell'accaldato mini-modello. 

5) A proposito di ricorrenze: non si usano le tristissime card comprate a mazzi da 100 tutte con la stessa scritta, o, peggio, lo stesso sms mandato a tutta la rubrica.  Meglio le foto di un neonato vestito da babbo Natale: di sicuro non verranno riciclate per l'anno successivo, a differenza del vostro sms. È consentito un modesto uso del tasto "inoltra" previa garanzia di conoscere la differenza tra pronomi maschili e femminili, e relativi destinatari.

6) Non si fa salire su un treno - o peggio: un aereo - il minore senza aver provveduto a organizzare forme varie di intrattenimento (quieto) per una durata almeno doppia - ma meglio tripla - del tempo di percorrenza. Nel malaugurato caso in cui neanche tutta la gadgeteria ufficiale Disney dovesse bastare a placare l'improvvida crisi di nervi, non si risponde scocciate ai compagni di viaggio esasperati. «È solo un bambino» non è certo un motivo sufficiente a perforare i timpani di 200 disgraziati intrappolati 13000 metri sopra il livello del mare. 

6) Non si sale su un treno - o peggio: un aereo - se si è maggiorenni dotati di cuffie che fanno sentire i rutti del vostro batterista preferito fino a sette file dietro. Nel malaugurato caso in cui non poteste ostentare il vostro sbrilluccicoso i-coso, non ci si attacca al cellulare - o al vicino di volo - raccontando del proprio transito intestinale con volume da perforare i timpani di 200 disgraziati intrappolati 13000 metri sopra il livello del mare. Certo che poi un bambino si innervosisce, a sentirvi.

7) Non si assume che qualunque superficie piana, ovunque disposta, possa efficacemente essere adibita a fasciatoio (a meno che tale superficie non si trovi a casa di vostra madre, nel qual caso: sentitevi libere). Il fatto che siate state invitate a portare il piccoletto con voi vuol dire che i vostri amici (beati loro) vi considerano ancora dotate di qualche traccia di senno, non che hanno deciso di immolare il divano di pelle nuovo alla causa della «cacca bellissima». 

7) Non si assume che qualunque superficie piana sia fatta per stenderci le  vostre gambe pelose (a meno che tale superficie non si trovi a casa di vostra madre, nel qual caso: sentitevi liberi). Il fatto che siate stati invitati a mettervi comodi vuol dire che i vostri amici con figli vi considerano ancora dotati di qualche traccia di buona educazione, non che hanno deciso di trattarvi come se aveste 13 mesi e nessuna consapevolezza di cosa "non si fa".



8)  Non si fermano donne incinte per strada, non si attacca bottone in fila al supermercato con la scusa della pancia, non si elargiscono consigli non richiesti per la rapida cicatrizzazione dell'episiotomia sotto il casco del parrucchiere. Il fatto che vi accumuni un'esperienza importante come la gravidanza non vi rende tutte parte di un club di confidenze intime. Come dice una mia amica saggia: partoriscono pure i gatti. 

8) Si fermano le donne incinte per strada: si fanno passare prima. Si fermano al supermercato: si fa saltare loro la fila. facoltativo attaccare bottone: in genere una donna incinta è contenta di sentirsi dire: prego, prima lei. Si fermano  le donne incinte sull'autobus, se loro sono in piedi e voi seduti, e si cede loro il proprio posto. Non fate finta di non vederle, non convincetevi che siano obese. Quella pancia sporge perché c'è un bambino dentro, non un barile  di birra: quella è la vostra.


9) Non si dà per scontato che la propria configurazione familiare sia quella standard. Pertanto, non si dice «prima chiediamolo alla tua mamma» al bimbo che vuole un altro dolcetto al buffet di compleanno. Non si rassicura la piccola caduta di bicicletta con «adesso andiamo dal tuo papà». E mai - mai, mai, mai - ci si lascia scappare qualsivoglia commento su qualsivoglia somiglianza tra qualsivoglia adulto e un bambino del quale non si conosca l'albero genealogico con assoluta - assoluta - certezza . 

9) Non si dà per scontato che la propria idea di configurazione familiare sia quella standard. Non si chiede alla mamma di un 9mesenne "Ma sei di nuovo incinta o sono i resti della gravidanza di prima?".  Non si chiede a una che ha avuto venti punti di sutura al parto: "Beh, quando ne fai un altro?". Non si chiede a una mamma di 4 figli "Beh, mica ne vorrai fare un altro?". E mai - mai, mai, mai - si chiede a una coppia "E voi, figli niente?" (cit. blog di Nina, ndA)

10) Non si pensa di essere - al mondo in splendida solitudine - perfettamente in grado di fare tutto: che ci vuole. Se avete una tata affidabile, nonni scattanti, una splendida carriera, bambini geniali oltre che educatissimi, un marito devoto e neanche una smagliatura, non è che siete più brave delle altre. O siete Angelina Jolie, o siete solo più brave a raccontarvela.

10) Non si pensa di essere perfettamente in grado di fare tutto: se avete più tempo per fare straordinari, andare dal parrucchiere, viaggiare per il mondo, preparare cenette, non è che siete più furbi di chi ha avuto figli e non ha nemmeno il tempo per pettinarsi. O siete  orgogliosamente child free, o siete solo con i paraocchi.


mercoledì 8 febbraio 2012

Altro che crisi del 7 anno

Ché con la crisi del settimo anno con il partner mi sono tolta già il pensiero, visto che stiamo insieme da 12 anni. La crisi che mi preoccupa è quella dell'ottavo mese, di cui fino a un mese fa non conoscevo l'esistenza.
In pratica, pare che intorno ai 7-8 mesi i bimbi, diventando più consapevoli del mondo, cominciano ad avere sensazioni di paura che manifestano in diversi modi:

- Particolare attaccamento alla mamma. CELO. Gioca tranquilla con il papà mentre io faccio qualcos'altro, ma le basta sentire la mia voce o intravedermi mentre passo e panico: si dispera finché non arrivo a prenderla. Non vi dico quando mi scappa la pipì che tragedie.

- Paura degli estranei (compreso pediatra) . MIMANCA. Ma solo perché con questo tempaccio siamo confinate in casa da più di una settimana e quindi vede solo me e il papà. Non oso immaginare quando usciremo (perché usciremo prima o poi, vero?)

- Problemi del sonno. CELO, sì che ce l'ho. E' quello che mi sta prostrando. Da che era piccolissima dorme come un sassolino nel suo lettino. Fino a un paio di settimane fa, quando credo siano coincise la sua prima influenza e l'inizio di questa crisi dell'ottavo mese. L'ho tenuta qualche notte nel letto con me per monitorarla e praticamente non ne è uscita più. Giusto in questo periodo sto provando a farla addormentare nel lettino e non in braccio, perché aveva cominciato a svegliarsi nel passaggio dalle braccia alle lenzuola. Di giorno funziona, la notte no. Perché?

- Crisi di pianto inconsolabili. CELO. Mi si spezza il cuore ogni volta. Dorme tranquilla, all'improvviso comincia a piangere davvero disperata, spesso nel sonno, sempre con lacrimoni, e si calma solo se la prendo in braccio e le parlo. Niente canzoncine, niente culla, solo braccia e voce della mamma. Segue trasferimento nel lettone, se la rimetto nel suo lettino nel giro di mezz'ora succede di nuovo. L'altra notte l'ho posata nel suo lettino affianco al nostro, e al mattino me la sono ritrovata vicino. Il papà giura di non averla spostata, quindi o ci è venuta da sola, o  è stata una notte così difficile che l'ho rimossa.

Ho cercato qualche notizia su internet, e avrei fatto meglio a fare una lavatrice, mi avrebbe tirato più su. La risposta tipo alle domande delle mamme di 7mesenni in crisi è: a mio figlio non è ancora passata, e ha 15 mesi/24 mesi/ 3 anni/7 anni/ 18 anni. Però sono tutti maschi, ora che ci penso.

Quindi, mamme più esperte di me, che si fa in questi casi? soprattutto, VERO CHE PASSA? e se non è vero mentitemi, ne ho bisogno, la notte si avvicina.

martedì 31 gennaio 2012

Il risotto che fa traboccare il vaso

Ieri eravate dalle parti di casa mia verso le 3? allora avrete visto una donna scarmigliata che singhiozzava in pigiama sul balcone. Ero io. Il riso era troppo salato.
Non ne vado fiera, e non capisco bene che sia successo. Anzi sì. Sono reduce da una settimana di influenza globale e totale: il marito, me, la pupa. Elena è stata bravissima, ma non si schiodava da me nemmeno per un momento - scene di disperazione quando, un paio di volte al giorno, dovevo per forza allontanarmi per fare la pipì-. Io ho avuto una sola giornata di vero ko con febbre, mal di testa, mal di gola, dolori articolari tutto insieme, e meno male che è arrivata in soccorso zia fatamadrina che mi ha permesso di dormire 3 lunghe ore filate di pomeriggio. E mi sono resa conto che erano esattamente 7 mesi che non succedeva: da quando ho partorito. Per la settimana successiva il sonno di Elena è stato problematico (ora non ne siamo proprio fuori, ma va meglio), in più c'era anche il marito con l'influenza e le sue grane di lavoro ben attaccate a lui, una casa perennemente in disordine grave nonostante gli sforzi. E poi c'ero anch'io: che tiro a lucido la mia bambina ma non mi guardo nemmeno allo specchio. Che non compro un vestito da non so quando perché non mi riconosco in questo corpo. Che in teoria avrei un lavoro intellettuale ma nella pratica non riesco a leggere nemmeno Io e il mio bambino, altro che ricerca. E intanto la competizione feroce  mi taglia fuori mentre preparo brodini. Io adoro preparare i brodini, vedere davanti ai miei occhi la mia bambina che diventa una persona piccola piccola e ben definita. E' che vorrei avere giornate di 28 ore, quanto meno: per poter riprendere a leggere, a scrivere, fare ricerca, oltre che a smacchiare vestitini e cantare canzoncine. Elena avrebbe anche una mamma migliore, più completa, lo sento davvero in profondità. Dice: Mandala al nido, no? e vai con il senso di colpa che mi attorciglia tutta. 
Tutto questo groviglio cerco di tenerlo per me, ma a un certo punto scoppio, e succede sempre, inevitabilmente con lui, su di lui, contro di lui. Che è un uomo  meraviglioso, sempre calmo e dolce, quindi immaginatevi l'effetto di sentirlo urlare contro di me dopo il mio ennesimo sbocco di bile. 
Metteteci come corona perfetta della giornata un risotto (erano ormai le 3, e quello era il nostro pranzo) che si rivela troppo salato e mi sembra che mi urli  dal fondo della pentola che oltre che una mamma inadeguata, una moglie arpia e una ricercatrice incapace, sono pure una pessima cuoca: adesso si capisce meglio perché singhiozzavo così sul balcone?
Ho scritto cose senza capo né coda, e nemmeno troppo originali. Ci siamo passate tutte, lo so. Ma quando ci passi tu è un'altra storia, e spero solo di uscirne presto, non so come, ma in qualche modo farò.

(E comunque stamattina ho avuto una rivelazione riguardo la sceneggiata di ieri: era sindrome pre-mestruale, non me lo ricordavo più cosa si provasse ;-)

venerdì 9 dicembre 2011

L'insostenibile pesantezza di certe mamme


Quelle che… il latte artificiale? Noooo!! Fa malissimo!! Io do la tetta al mio cucciolo che ha 3 anni / 4 anni/ 5 anni/6 anni/ 7 anni/ che oggi ha dato l’esame di diritto costituzionale. (Beh, allora dammi un’alternativa: faccio morire di fame mia figlia?)

 Quelle che… il biberon? Nooooo!! Perché metti in bocca a tua figlia plastica e caucciù?!? Io uso solo e sempre santa tetta. (E non ti chiedi se io abbia alternativa? Tanta sensibilità per tuo figlio, tanto poca per il resto del mondo)

Quelle che… il ciuccio? Noooo!! perché metti in bocca a tua figlia plastica e caucciù? Se vuole ciucciare io le do solo e sempre la tetta!! (E quando non ci sei che si fa?)

Quelle che… il passeggino? Noooo, così abbandoni tua figlia!! Io uso solo e sempre la fascia!! (Anche se il pupo pesa 18 chili. Anche se devi fare 5 km a piedi. Anche se ci sono – 3 gradi. Cos'è, un nuovo sport estremo?)

Quelle che… il box? Noooo! Così abbandoni tua figlia in una prigione!! Io tengo mio figlio sempre con me! (- Ma a me sembra un luogo sicuro dove fare pratica per alzarsi, per giocare.... - "Nooo! è come una prigione, il bambino deve stare sempre con te altrimenti si sente abbandonato! - " E se devi, non dico fare pulizie o lavorare da casa, ma, tipo, fare pipì? Una doccia? -  “Lo porto con me!” - E come fai, scusa? - “ Ci sono le fasce impermeabili per la doccia!” Ah, ok, hai vinto tu, sono senza parole).

Quelle che… il lettino? Nooo!! così abbandoni tua figlia!! Noi abbiamo fatto co-sleeping fino a 3 anni / 4 anni/ 5 anni/6 anni/ 7 anni/ notte prima della maturità (E se mia figlia si trova bene nel suo lettino che dovrei fare? Metterla di forza nel lettone?)

Quelle che… le uova del supermercato? Nooooo, fanno malissimo!! io a mio figlio do solo uova biologiche, ma solo se le galline me le fanno sulle scarpe altrimenti non mi fido!! (Sostituire “uova” con qualsiasi alimento, e chiedersi quanto tempo passano nelle cascine)

Quelle che… il pediatra? Noooo, non capisce niente! Solo una mamma sa cos’è bene per il proprio figlio (Certo, perché quando partorisci ti danno anche la specializzazione honoris causa, e se diononvoglia tuo figlio si ammala fai diagnosi e prescrizione da sola)

[Sottogruppo: quelle che… gli antibiotici? Noooo, fanno malissimo!! Mio figlio è guarito solo con gli anticorpi del mio latte! (certo, per un raffreddore di quelli che passano da soli. Prova a far guarire una bronchite con il latte materno)]

Quelle che… le vaccinazioni? Nooooo, fanno malissimo!! Ci sono decine di studi blablabla (Sì, ci sono decine di studi che certificano che i vaccini NON fanno male. Il medico che sosteneva che facessero male l’hanno radiato. C’è una limitatissima percentuale di rischio al momento della prima vaccinazione, e nessuno la fa a cuor leggero, ma non vaccinare i figli è contro il loro interesse innanzitutto. Immagina quando il tuo batuffolo non vaccinato sarà un marcantonio di 30 anni che deve andare per lavoro in un Paese a rischio, sai quanto ti ringrazierà?)

Quelle che… l’asilo nido? Noooo, fa malissimo!! Un bambino ha bisogno solo della mamma! (Risposta 1. E la mamma ha bisogno di soldi per il bambino; Risposta 2. Ma dov’è il problema se un bimbo passa qualche ora insieme ad altri bimbi seguiti da personale specializzato? Ah già, solo la mamma sa eccetera)

Quelle che… le mamme devono seguire solo il loro istinto! (Ma se non sei d’accordo con loro ti aggrediscono a suon di “Ma la bibliografia di quanto affermi, eh? Eh? Eh?”)

Care mamme di cui sopra, fate esattamente come vi pare, fate tutto quello che pensate sia giusto per i vostri figli, ci mancherebbe altro. Ma per cortesia lasciatelo fare senza sfrangimento di scatole anche a me, anche a noi altre, che siamo mamme brave e attente quanto voi, che ci crediate o no.

venerdì 11 novembre 2011

domanda da un milione di dollari

Il pediatra di Elena è un bravo medico e una brava persona.
Ha però delle fisime, tra cui quella che i bambini per tutto il primo anno di vita non debbano entrare in contatto con altri bambini. Secondo lui non dovrebbero stare a meno di tre metri di distanza. Io potrei anche essere d'accordo in linea teorica (trasmissione di virus, germi etc) ma non è esattamente semplice da fare già nella quotidianità di figlia unica senza cuginetti (vedi mani luride dell'affettuoso bimbo del piano di sotto).
Ogni volta che andiamo a fare la visita il pediatra mi chiede "Ha tenuto sua figlia  maniacalmente (testuale ndR) lontana dagli altri bambini?"
E allora la domanda è: io con che coraggio gli dico che tra quattro mesi porterò Elena al nido?

martedì 18 ottobre 2011

Ode al Mellin 1

Chi mi legge lo sa, non allatto al seno. Non per mia scelta: non ho avuto latte. L’allattamento, o meglio, il non-allattamento è stata la cosa peggiore di tutta l’esperienza della maternità. Peggiore anche di 8 ore di travaglio+ventosa+ cesareo d’urgenza alle 4 di notte, non so se rendo l’idea.

La prima volta che mi hanno portato Elena mi hanno detto: “La attacchi subito al seno eh!” e se ne sono andati.
Ho provato ad attaccarla, è stata una sensazione bellissima. Ovviamente non usciva nulla se non poche gocce di colostro, ma io ben istruita al corso preparto, dalle riviste, da Internet e da tutti i posti dove martellavano  con l’importanza del latte materno, non mi preoccupavo, anche se Elena già piangeva per la fame.

Nelle ore seguenti l’ho attaccata ancora, e ancora e ancora. Non sapevo come gestire i capezzoli che scomparivano nella massa del seno, ma sembrava che mia figlia ne sapesse più di me su come attaccarsi. Ancora colostro e basta. Secondo giorno idem. Elena era furibonda per la fame, la conosceva tutto il reparto per i suoi strilli.

Al terzo giorno arriva un gran dolore ai seni: montata lattea in arrivo, mi dicono tutti. Evviva! Mi consigliano di favorirla con impacchi di acqua calda, e io, per amore di mia figlia, mi tengo borse d’acqua calda sul petto per tutta una lunga, torrida notte di fine giugno.

Quarto giorno, ancora niente latte. Intanto Elena ha l’ittero. Nulla di grave, basta un giro sotto la lampada, ma per scaricare la bilirubina in eccesso deve urinare e defecare, e non può farlo se non mangia, giusto? Arrivano i primi biberon di latte formulato, finalmente mia figlia smette di piangere. Intanto io mi faccio aiutare al nido ad attaccarla al seno vuoto: tutte le infermiere mi hanno manipolato, strizzato, spremuto, torto i capezzoli, accusato a turno me e mia figlia di non sapere come attaccarsi e poi ammettere che Elena si attaccava benissimo.

 Intanto però lei aveva scoperto il biberon, più facile e soddisfacente. Allora mi sono attaccata al tiralatte per ore, pur di darle prezioso latte materno come mi ripetevano tutti allo sfinimento: mai tirato fuori più di dieci grammi. Durante quelle sessioni interminabili producevo più lacrime che latte, in pratica. Ero circondata da manifesti che incitavano all’allattamento al seno, infermiere che mi facevano tenere la bambina affamata attaccata al seno vuoto “per stimolarlo” e solo quando era rauca di pianto mi davano il biberon, sempre ripetendo “Il latte materno è la cosa più preziosa per il neonato e blablabla”. Attaccavo Elena al seno e piangevamo in due per la frustrazione, le davo il biberon e piangevo io per il senso di fallimento. Mi sentivo una mamma menomata.

Siamo andate avanti così una settimana, con due giri di lampada per l’ittero. Una mattina vado al nido per il rito seno vuoto-bimba arrabbiata-biberon pieno-bimba serena e una delle solite infermiere mi fa: “Signora ma non si preoccupi, anche io ho usato il latte formulato e le dico che i bambini crescono benissimo!!”.
Ma come?!?! Ma se fino a ieri mi trapanavate il cervello con sta storia del latte materno?!?

Ho continuato a sentirmi inadeguata anche dopo l’uscita dall’ospedale.  Ogni pianto di Elena era una pugnalata perché pensavo che se avessi avuto latte avrei potuto calmarla attaccandola al seno. E poi tutti a chiedere “La bambina come sta? La allatti? E perché no?”, e io lì a sentire di dovermi giustificare quando sarebbe bastato rispondere“perché non ti fai un po' di  fatti tuoi?”.

Benedetto Mellin1, mentre io mi disperavo lui faceva il suo lavoro di latte formulato e faceva crescere la mia bambina.

Intanto io lentamente capivo che essere mamma è molto di più che offrire un seno, e che anche attraverso la tettarella possono passare amore e cura. E ho capito che l’attenzione che circola verso l’importanza dell’allattamento al seno sconfina nel terrorismo: si batte talmente tanto sul latte materno che ci si dimentica di chi, per diversi motivi, usa quello formulato. Che resta latte, mica veleno, a differenza di quanto sostengono le talebane del latte-materno-fino-alla-maggiore-età. Io dico solo: sì al latte che fa crescere tuo figlio, qualunque esso sia.  

lunedì 17 ottobre 2011

Rivoglio gli anni '50!

quelli in cui le donne stavano a casa a crescere i figli

quelli in cui nessuno si sognava di chiederti di andare a lavorare un giorno a settimana a Roma (in un'altra regione!) con una figlia di quattro mesi

quelli in cui le donne non avevano velleità di carriera

e magari nemmeno si erano uccise all'università, dottorato e quant'altro per fare poi le superprecarie a trentadue anni

quelli in cui il congedo di maternità non esisteva perché la maternità era LA condizione perenne
e quindi meglio dei miei 5 mesi risicati e insufficienti

quelli in cui le nonne non lavoravano pure loro! e non dovevi barcamenarti tra orari e disponibilità di parentame vario
quelli in cui la babysitter che hai trovato non guadagnava più di te (superprecaria superqualificata eccetera)

quelli in cui se volevi di più dalla vita facevi un altro figlio!



Si capisce che a novembre torno al lavoro?

giovedì 13 ottobre 2011

Istinto vs Intuito

Matrioska: "Oddio come farò con una neonata? come capirò perché piange, se ha sonno e tutto il resto?"
Chiunque: "Non ti preoccupare, ti aiuterà l'ISTINTO MATERNO".

E così, rassicurata da quest'affermazione, ho aspettato che insieme alla montata lattea arrivasse l'istinto materno. Non è arrivata né l'una né l'altro.

La primissima volta che ho visto Elena e l'ho stretta tra le braccia, tutta nuda dentro a una copertina di carta rosa, ho pensato anzitutto "Ma allora quando al risveglio mi hanno detto che era bellissima non era una balla!".
E poi ho sentito forte, fortissima, la sensazione che quei tre chili e settecento grammi di capelli neri e ciccine rosee fossero FUORI da me. Non l'ho riconosciuta come una parte di me venuta alla luce, l'ho conosciuta in quel momento come essere umano indipendente e autonomo (e bellissimo, l'ho già detto?), affidato a me dal destino, da Dio o dalla natura, fate voi. Mi sono sentita desiderosa di crescerla, di conoscerla, e altrettanto smarrita all'idea di un compito così vasto, così impegnativo.
Quando poi ha cominciato a piangere, il panico assoluto. Che dovevo fare in quel momento? Cervello-chiama-istinto materno-cervello-chiama-istinto materno- dove cavolo sei istinto materno, ad ubriacarti nei peggiori bar di Caracas?-. 

Era così piccola che temevo di romperla (e dove aveva la manopola del volume? era bloccata sul massimo!), me la tenevo tra le braccia aspettando l'illuminazione. Ma il mio istinto ormai sbronzo doveva essersi accasciato in qualche vicolo scuro del mio cervello.
Qualcuno nella stanza mi disse "Attaccala al seno". Ci provai, e scoprii che non era affatto facile, manco per niente. Provai e riprovai poi lei si addormentò in braccio a me. Ero segretamente sollevata che dormisse, poteo prendere fiato dopo venti minuti di apnea.
Nei giorni seguenti in ospedale mi sono trovata questo fagottino urlante per la fame tutto il giorno, e l'aiuto di mia madre che mi ha fatto da angelo custode in realtà mi avviliva, perché vedevo che lei sapeva cosa fare e io no. Aggiungiamoci che il latte non arrivava e capirete quanto mi sentivo menomata come mamma.

Una volta dimessa sono stata da mia madre per un paio di settimane, armata di latte formulato, biberon e buon propositi. Elena piangeva e dormiva (che altro deve fare un neonato?), a cicli brevi e continui. Io mi sentivo cronicamente stanca, ma quando mia madre o le mie sorelle si prendevano cura di lei per farmi riposare non ci riuscivo, piena di sensi di colpa. Quando scoppiava in  pianto stavo lì a cullarla, pregando che arrivasse mia madre con il teletrasporto e la calmasse all'istante.

Al ritorno a casa mia ero preoccupata di non sapermi prendere cura di lei, senza la supernonna. Poi un giorno è passato, poi due, tre, una settimana. E io ho cominciato pian piano a rilassarmi. Certo, era sempre una gran fatica e rubavo manciate di minuti di sonno in ogni momento possibile, ma cominciavo a conoscere mia figlia, a capire in che modo tenerla in braccio per farla mangiare e farla dormire. Quando ho avuto l'illuminazione che le ninnananne non la facevano addormentare ma ne destavano l'attenzione il livello della nostra vita è migliorato di colpo.

Il famoso istinto continua ad essere in coma etilico, ma è arrivato il fratello povero, l'intuito. Gradualmente, con i gesti ripetuti ogni giorno, con 24ore su24 passate insieme, Elena ed io ci siamo conosciute, capite, e amate.
Un mix di buonsenso, pazienza, attenzione e amore: questo è per me l'intuito di una mamma, quello che ti fa capire che sta per arrivare il sonno, o la fame, o la voglia di giocare.
Non è guardando mia figlia negli occhi che per magia capisco che cosa vuole. E' imparando come guardarla, restando concentrata su di lei e apprendendo l'arte della pazienza che sono arrivata alla naturalezza del rapporto madre-figlia.
Quando oggi la sento pigolare anche se sono in un'altra stanza mentre nessun altro la sente, l'ospite in visita dice compiaciuto (più spesso compiaciutA): "Eh, l'istinto materno..."
Eh, l'istinto materno un paio di palline da tennis! sono allenata a sentirla, ho le orecchie tarate sulla frequenza della sua voce. E se lei si agita in braccio all'ospite e passata (in fretta e furia) in braccio a me si addormenta all'istante, eccolallà con l'istinto materno un'altra volta. E il fatto che questa bimba conosca me  meglio di chiunque altro, quindi con me si sente al sicuro perché la tratto come vuole e come sa?
Comunque finora, nonostante la mia propensione alle repliche fulminanti, non ho mai risposto male a nessuno. D'altro canto, che ne sanno loro: solo noi mamme sappiamo che l'istinto materno non esiste.

E voi che ne pensate? avete avuto l'illuminazione o ve la siete costruita con fatica?



lunedì 10 ottobre 2011

Coprofilia (roba da mamme, astenersi pervertiti)

Sì, lo so, è una perversione sessuale.
No, non è il mio caso.
Però se si mette da parte l'accezione con cui si usa questa parola e ci si sofferma  sull'etimologia esce fuori copros= feci e filìa = amore. E in questo contesto desessualizzato di affettuoso interesse per le feci altrui io mi ci ritrovo perfettamente, perché da quando sono mamma la cacca è uno dei miei pensieri principali ogni giorno.
Elena, come molti bambini che bevono latte formulato (altresì detto artificiale, ma questa definizione non mi piace, poi magari ci ritorno su questa cosa) non fa la cacca ad ogni poppata, ma, quando va bene, una volta al giorno. Spesso una volta ogni due giorni, e ogni tanto anche ogni tre.
Ho un database mentale della cacca che fa invidia a un computer, e appena scadono ventiquattr'ore dall'ultima scarica comincio ad agitarmi un po'. Se arriviamo al giorno dopo comincio a blandire mia figlia e a ripromettermi di usare mezzi estremi. Se, Diononvoglia, arriviamo al giorno dopo ancora comincio ad attrezzarmi. Finora non ho mai avuto bisogno di ricorrere a rimedi invasivi ma sono pronta a tutto. E qualunque mamma con cui parli mi dà una dritta. Finora, tralasciando il sondino rettale che non è ancora stato necessario, mi è stato suggerito di:

- aggiungere 10 gr di acqua nel biberon per ammorbidire le feci (lo faccio regolarmente, mi sento di dire che non fa magie ma aiuta)

- massaggiare il pancino in senso rigorosamente orario (ma perché orario? comunque, fatto ogni tanto, mai che abbia funzionato. O sarà colpa mia, quando quella volta mi sono distratta e l'ho fatto in senso antiorario?)

- tenere le gambine sollevate (fatto ripetutamente, ma ho l'impressione che serva più alla mamma che si illude di aiutare che alla bimba)

- mettere supposte di glicerina (ancora non necessarie, spero di non arrivare a usarle)

- stimolare il retto con: #cottonfioc
                                  # termometro
                                 # (tenetevi forte) prezzemolo.
Quest'ultima cosa mi è stata suggerita per la prima volta da mia madre, che raccontava "Quando capitava a voi figlie io vi stuzzicavo con un gambo di prezzemolo". Al che io incredula ho detto "Ma come?!?"  e mia madre, piccata replicava "Guarda che lo lavavo prima eh!"
Comunque, andando oltre lo stupore di scoprire scopi impensabili per il prezzemolo,  il principio meccanico di stimolare il tratto finale dell'intestino per avviare una reazione a catena mi pare sensato, ed è lo stesso anche per l'uso del cottonfioc e del termometro. Non ho ancora testato questo metodo (o meglio, non l'ho ancora testato su altri visto che a quanto pare mi è stato fatto da piccola) perché mia figlia pare capire quando sono abbastanza angosciata da stare per lavare il prezzemolo, e si regola di conseguenza, producendo materiale ad alto tasso di inquinamento e in quantità sorprendenti per un corpicino così piccolo. Intanto cerco di togliermi il vizio di dirle "Perché non MI fai la cacca amore"? , paventando il momento in cui capirà di avere - anche - questo supremo potere su di me ed elargirà o rifiuterà la cacchinasanta a seconda delle sue politiche filiali.
Qualcuno ha qualche altro suggerimento? mamme coprofile come me, che potrei fare per aiutare la mia bimba e dormire  senza questo pensiero fisso?

giovedì 6 ottobre 2011

Mom bootcamp- L'aspiratore nasale

Quando sono diventata mamma - tre mesi e un pugno di giorni fa, ma pare una vita - ero pronta a: cacca, pipì, rigurgiti, coliche, pianti. Ero disposta perfino a toccare il moncone ombelicale (che però grazie a dio è caduto prima, non vi dico il sollievo), e mi ero anche portata avanti con il lavoro preparandomi già ai dentini. Ma non mi era mai venuto in mente che la pupa, tra le varie necessità, avesse bisogno anche di farsi pulire il nasino. 
Così, arriva il giorno in cui Elena respira come un bollitore del tè: è chiaro che ha il naso chiuso, e guardano attentamente nelle narici si può vedere una massa di robina che le ostruisce.
Panico.

La supernonna va in missione e torna dalla parafarmacia con un oggetto nuovo: l'aspiratore nasale.
Panico ancora. Come cavolo si usa?

Guardando la confezione mi pare di intuire che un'estremità vada nella narice del bambino - e fin qui mi pare facile- e l'altra in bocca al genitore. In bocca?!?
L'aspiratore nasale sarebbe quindi un aspiratore umano?

Superpanico. Ma il fischio al naso di Elena si faceva più forte quindi mi sono fatta coraggio e ci ho provato.

Stendiamo un velo pietoso sulla prima volta, e a volerla dire tutta anche sulla seconda e la terza: l'importante è che ci sono riuscita in qualche modo, e, dopo un'estate rovente in cui ho scoperto che l'aria condizionata, anche se al minimo,  favorisce l'ostruzione del nasino, direi che sono cintura nera di aspiratore nasale. Si può fare, vi assicuro. 

Funziona più o meno così:
 - quando il pupo fischia o respira male si osservano le narici come se si stesse guardando la televisione e si decide se sia il caso di intervenire.

- prima di cominciare ci si assicura di avere tutto pronto a portata di mano perché la rapidità è essenziale (capirete perché)

- per facilitare l'operazione si umidificano le narici, ovvero vi si spruzza qualcosa di liquido e sterile. Vanno bene sia gli spray/fialette in commercio (ce ne sono di diversi tipi e prezzi) che semplice soluzione fisiologica acquistabile per poco in farmacia. Gli spray solitamente hanno già un erogatore, per le fialette e la soluzione fisiologica si preleva il liquido necessario (2 cc, più o meno) con una siringa e lo si spruzza (senza ago ovviamente!) nelle narici, se possibile con delicatezza.

- Si prende DI CORSA l'aspiratore, se ne mette in una narice l'estremità apposita, e si comincia ad aspirare con forza dall'altra, modello crisi asmatica grave. Dopo qualche aspirazione si vedrà un caccolone gigantesco, impensabile in un nasino così piccino, entrare nel filtro dell'aspiratore e depositarsi sulle pareti o sul fondo. Niente paura di farselo arrivare in gola, c'è un filtro assorbente alla base, e in ogni caso il tubicino è lungo.
- si ripete l'operazione dall'altra narice.

Ah, quasi dimenticavo. Dallo spruzzo della soluzione in poi il pupo urlerà come se lo si stesse scannando, si contorcerà e cercherà di strapparsi dal naso l'aspiratore. 
Non fatevi impressionare, perché non si fa male: l'aspirazione è indolore (e lo so perché l'ho provata!) ,  è solo una reazione al fastidio dell'acqua nel nasino e all'essere tenuto bloccato per una trentina di secondi. D'altra parte, vorrei vedere voi, se mentre state tranquille per i fatti vostri arriva qualcuno e vi mette un dito nel naso.




PS. Tip #1 : di solito gli aspiratori vengono venduti con due o tre filtri , che per i produttori sono monouso e vanno cambiati a ogni operazione. Il che vuol dire che in caso di bimbo raffreddato se ne farebbe fuori una confezione al giorno. Io ho provato a lavarli, sterilizzarli ( al microonde con l'apposito sterilizzatore) e riutilizzarli: un successone. E quando il filtro assorbente è davvero inutilizzabile si può sostituire con un semplice fiocco di ovatta, che filtra uguale. 
Tip #2: anche se i produttori suggeriscono di pulire in questo modo il naso prima di ogni poppata, vi sconsiglio caldamente di seguire questa strada. Usate l'aspiratore (o anche solo gli spray nasali) solo quando necessario, o alla terza applicazione della giornata i vicini chiameranno i servizi sociali...

giovedì 22 settembre 2011

La natura? è sopravvalutata (post polemico)


Parto naturale, latte materno, omogeneizzati fatti in casa, pannolini lavabili, vestitini di cotone biologico: da qualche anno a questa parte nel kit della mamma-perfetta non possono mancare queste e altre cose, tutto all’insegna della naturalità e del politically correct.

Bene, ho un annuncio: MI SONO SCOCCIATA!

Per carità, lungi da me insinuare che queste cose non siano il top del top e la scelta migliore per i propri figli. Ma non sono nemmeno qualcosa da perseguire a tutti i costi, né da difendere accanitamente come spesso succede. Sono scelte che ogni mamma fa responsabilmente, in un senso o nell’altro, ma con la differenza che se si decide di fare vita-biologica ci sono ole e applausi, mentre se cede ai prodotti di scienza e tecnica ci si deve giustificare anche con il salumiere (esempio tratto da vita vissuta).

 Fino agli anni ’90 è stata tutta una corsa verso gli stili ‘artificiali’, commettendo senz’altro molti errori, e oggi siamo all'eccesso opposto: siamo nel XXI secolo e ci si aggrappa a idee idilliache di una vita pre-moderna all’insegna della natura, puntando il dito contro i risultati dell’orrido progresso. Ti (mi) imbottiscono la testa con il concetto che tutto dev’essere più semplice e naturale possibile e poi ti trovi di fronte alla realtà.

Il parto. Per anni c’è stato un uso selvaggio del cesareo, soprattutto in Italia e in particolare nella mia regione. Assolutamente deprecabile. Per questo negli ultimi tempi, almeno in ospedale si è diventati più severi: al cesareo si ricorre solo se necessario, e fin qui va bene. Qui da me c’è proprio una direttiva regionale che impone severe limitazioni al cesareo soprattutto per le primipare. E va bene, niente da dire. Al corso pre-parto ci (mi) hanno fatto una testa così sul parto naturale e tutte le cose brutte legate al cesareo.
Se non avessi avuto un cesareo d’urgenza dopo sole (!) otto ore di travaglio, mia figlia non sarebbe uscita viva dal mio corpo. Mi vengono i brividi a scriverlo, ma è così.
Non sto qui a descrivere dettagli ma perché incaponirsi a farmi partorire naturalmente quando era chiaro – almeno a me - che non ce la potevo fare già dopo due ore? Perché il parto naturale è meglio e blablablabla. E non parliamo del parto in casa, ora tanto di moda: mia nonna (quattro parti in casa, tutti andati bene) non ci poteva credere che con ospedali e cliniche a disposizione ci fosse qualcuna che volesse partorire come sessant’anni fa.

L’allattamento. Se sul parto naturale imbottiscono la testa, con l’allattamento materno è proprio un lavaggio del cervello dovunque, everywhere. Così tu (io) arrivi esaltatissima, imbottita di coppette assorbilatte e pronta a sfamare un asilo nido. Poi per un motivo o per un altro non ci riesci e quando arrivi al biberon hai la sensazione di fare a tuo figlio un torto gravissimo. Che poi lo chiamano latte “artificiale”, ma anche se è uscito da una mucca mi pare sempre di origine naturale, o no? Certo, è adattato alle esigenze dei bimbi, ma allora chiamatelo con il suo nome, cioè “formulato”. Io non ho avuto latte, punto e basta, e mi sono sentita una mamma menomata.
Senz’altro l’allattamento ‘artificiale' porta con sé un senso di fallimento che viene dalla parte più profonda di te, ma, cazzarola!, proprio per questo c’è bisogno di tutte queste tettalebane (meravigliosa definizione scoperta sul blog delle pessimemamme)  che ti gufano su quanto danneggi il tuo bambino che invece cresce così bene? 

I pannolini lavabili. Tanto di cappello a chi riesce a gestire figlio-casa-lavoro e pure pannetti pieni di cacchina santa da lavare e rilavare. Io, anche in questo caso, ero partita convintissima, ma ho avuto il buonsenso di aspettare che nascesse mia figlia per capire come gestire la questione pannolini. Ecco che cosa ho capito: che ce la faccio appena appena a gestire gli usa-e-getta.

Sì, sono una bomba batteriologica. Sì, inquini. Ma siamo sicuri che a) lasciare per due-tre giorni in un bidoncino un mucchio di pannolini sporchi carichi di batteri che si riproducono come conigli e b) fare lavatrici su lavatrici, e magari anche asciugatrici in inverno sia davvero meno dannoso per il pianeta?
Per non parlare del tempo che ci vuole a smacchiare, trattare, lavare i pannolini. la mia esperienza di mamma senza aiuti accanto, mi pare impossibile poter gestire anche quest’aspetto da sola. O meglio, certo che si può fare, mia madre (come le mamme di tutte noi) l’ha fatto per tre figlie. Proprio per questo, quando tutta entusiasta le raccontavo della decisione di usare i lavabili, mi guardava come se fossi scema.

Omogeneizzati fatti in casa. Anche questa è senz’altro la scelta migliore. A patto di essere as-so-lu-ta-men-te sicura della qualità di quello che prepari a tuo figlio, altrimenti è peggio.
A quanto so, i controlli sugli alimenti per bambini sono severissimi e sugli scaffali del supermercato non arriva nulla che non sia verificato e più che sicuro: d’altro canto, se gli omogeneizzati fossero davvero questa schifezza che molte naturaliste sostengono, non dovrebbe esserci una percentuale allucinante di bambini con problemi? Se è sopravvissuta la mia generazione, quando di controlli non ce n’erano e la carne era allegramente gonfiata di ormoni così come la frutta di pesticidi, ce la può fare anche quella di mia figlia ora che c’è molta più attenzione.

Vestiti di cotone biologico. Questa non l’ho proprio capita. Compri (o più spesso ti regalano) dei vestiti perfettamente uguali agli altri con sola differenza che costano uno sproposito perché così “ sei sicura che sulla pelle del bambino non vadano schifezze”. Coerenza vorrebbe che si lavassero allora questi e anche gli altri vestiti con detergenti naturali: bicarbonato, aceto. Ovviamente senza usare il santo Napisan patrono di tutte le mamme, che più artificiale di quello non c’è nulla.

Non me ne vogliano le mamme che sostengono le cose che io sto contestando, ho il massimo rispetto per le loro scelte e situazioni: chiedo solo che ce ne sia altrettanto per le mie. E in fondo, la fortuna è che i bimbi, nonostante le paturnie dei genitori crescono comunque!

lunedì 22 agosto 2011

Bilancio bimestrale

Sabato Elena compie due mesi. Due mesi di rivoluzione completa, e di rovesciamento di tutte le idee e aspettative:
- Credevo che le contrazioni fossero dolorose e ho dovuto spostare il mio concetto di 'doloroso' moooolto più in alto

- Ero sicura che avrei avuto un meraviglioso parto naturale, e ho fatto un cesareo d'urgenza dopo otto ore di travaglio notturno

- Volevo che mio marito venisse  in sala parto e poi l'ho cacciato via già dalla sala travaglio

- Ero entusiasta e attrezzatissima per l'allattamento al seno (reggiseno, coppette, salviette etc) e ho dovuto fare allattamento artificiale esclusivo (vi risparmio le scene di pianto greco)

- Credevo di essere pronta ad avere una figlia e invece ero del tutto impreparata

- Credevo nascesse piccolina e calva ed è nata grande e piena di capelli neri

- Immaginavo una mia fotocopia in miniatura, ma finora mi assomiglia solo nel mento, per il resto è la fotocopia del papà - manco l'avesse fatta lui -

- Ero terrorizzata dalle coliche, ed Elena non ne soffre - fingers crossed!-

- Ero spaventata dalla mancanza di sonno, e mia figlia - che avrà preso da me - dorme come un ghiro, soprattutto di notte - fingers crossed anche qui!-

- Credevo che il bagnetto fosse rilassante ed Elena si imbestialisce ogni volta che la tiro fuori dalla sua vasca

- Ero convinta di usare i pannolini ecologici e quasi non ce la faccio a star dietro nemmeno a quelli usa e getta

- Ero contraria al rosa per vestiti biancheria e quant'altro perché pink stinks e le teorie fenministe e blablabla, e ora siamo nella casa di Barbie

- Credevo nei metodi e ora non so dove buttare tutti i vari manuali, bastano intuito e buonsenso

- Credevo di essere ormai del tutto impreparata e mi sono pian piano scoperta capace di liberare il nasino, calmare i pianti e soprattutto avere infinita pazienza

- Credevo che essere mamma fosse bello e faticoso. Non immaginavo che fosse così faticoso, e non avrei mai immaginato quanto fosse bello.